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Intervista di Gaetano Cuffari a Francesco Wandering Wil Grandis

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Francesco Grandis, conosciuto da molti come “Wil” (con una “L” sola), in arte “Wandering Wil”.
Provenienza:Veneto. Stagionatura: Classe ’77. Segno Zodiacale: Bilancia, ascendente Leone.
Nato con la faccia da angioletto, timido e introspettivo, invecchiando diventa loquace, socievole e sanguigno. Le cause sono tuttora sconosciute. Si laurea nel 2006 in Ingegneria Elettronica a Padova, dopo una breve parentesi come istruttore di tiro con l’arco in un villaggio Valtur. Ha sempre avuto le idee chiare.
Trova subito un buon lavoro nel campo della robotica industriale, ed è convinto di aver trovato la “strada” per i suoi creativi sogni di gloria. L’illusione, però, dura poco.
Considerazioni di carattere etico e personale abbattono il “muro delle certezze” in meno di tre anni. Nell’Agosto del 2009, all’inizio della crisi economica che investe il mondo, Wil si dimette e spende tutti i suoi risparmi per un giro del mondo di sei mesi in solitaria, alla ricerca di qualcosa che ancora non conosce, e la trova.
Durante questo viaggio, Wil ne inizia un altro ancora più importante, dentro sé stesso. In una sorta di illuminazione, si convince a cercare una Felicità più autentica, abbandonando il sentiero comune.
Al ritorno trova un mestiere che gli permette di mantenersi ma anche di proseguire nella sua ricerca personale. Diventa un “programmatore nomade“.
Dal 2011 al 2013 compie svariati viaggi di alcuni mesi: Sudamerica, Ungheria, India, Nord Europa. A casa non si fa mancare le nuove esperienze: tango, teatro, pittura.
Nell’estate 2013, di ritorno dall’ultimo viaggio, si sente pronto per il passo successivo, e abbandona anche il lavoro di programmatore nomade per dedicarsi solo alla scrittura e alla condivisione delle sue esperienze di vita. Apre il sito wanderingwil.com (con pagina facebook).
Nel Luglio dello stesso anno nasce il suo primo figlio, a cui da nome Michele.
A Marzo 2015 esce il libro d’esordio: “Sulla strada giusta”.

www.wanderingwil.com

Ciao Wil,”ben arrivato” su Vetrina delle Emozioni. Voglio iniziare questa nostra chiacchierata chiedendoti di commentare la seguente frase che fa parte del ritornello di una canzone di alcuni anni fa: “Vivere il ritorno come cambiamento, la partenza come senza ritorno”. Riesci a sentirne tuo il significato?

Ciao Gaetano, grazie. È una bella frase, non la conoscevo. È senz’altro significativa, anche se mi serve l’esperienza di vari viaggi per dirlo. Quando partivo, ad esempio, sapevo che prima o poi sarei tornato comunque alla mia casa, ma portavo con me la segreta speranza di scoprire nel frattempo qualcosa che mi cambiasse, che mi facesse crescere. È accaduto tutte le volte, in misura diversa, e al mio ritorno ho sempre avuto la sensazione di trovare qualcosa di strano o di fuori posto. Ma non era cambiata la casa, ero cambiato io.

Come si evince dalla tua biografia, dopo aver raggiunto la stabilità lavorativa qualcosa scatta dentro di te e decidi di mollare tutto e viaggiare per il mondo alla ricerca di qualcosa di non ancora chiaro. Cosa ti ha fatto intuire che era proprio viaggiando che potevi far luce dentro di te?

Non è stata un’intuizione molto chiara, a dire il vero, sicuramente non a livello razionale. Ho quasi obbedito a un bisogno che in realtà non comprendevo del tutto. Quando ho rotto con il precedente lavoro, sentivo la necessità di fare qualcosa di molto diverso dal solito, qualcosa di avventuroso che fosse contemporaneamente una sfida e un’occasione di crescita. In quel periodo non avevo legami particolari, avevo dei risparmi da parte e la mia naturale curiosità era stata repressa negli anni precedenti dal lavoro che avevo appena mollato. Fare il giro intorno al mondo è stata la scelta più naturale. Ho capito solo molti mesi dopo quanto questa scelta fosse la migliore possibile.

Nel Marzo di quest’anno ha visto la luce il tuo libro d’esordio intitolato “Sulla strada giusta” che narra del tuo appassionato cammino alla ricerca della felicità. Perché hai deciso di condividere questa tua personalissima esperienza con un pubblico di lettori?

Anni fa, alla conclusione di una camminata di dieci giorni sulle Dolomiti, ho compreso il valore che la condivisione ha per me. Si potrebbe sintetizzare con una bellissima frase attribuita al Buddha: “Migliaia di candele possono essere accese da una sola candela, senza che questa ne risulti intaccata. La felicità non diminuisce quando viene condivisa”. Oppure, per usare una frase più attuale “la felicità è reale solo se condivisa”. In altre parole, vedo la condivisione della mia esperienza come un modo per dare qualcosa al prossimo, senza che nulla mi venga sottratto. Nel farlo, io stesso proseguo la mia ricerca personale.

Sulla Strada Giusta

Sulla Strada Giusta

Le vicende che hanno caratterizzato il tuo vissuto negli ultimi anni e che hai deciso di narrare nel tuo libro rappresentano un preciso atto di ribellione verso un complesso sistema sociale che ci tiene incatenati e che hai simbolicamente definito “gabbia”. In qualche modo mi hai fatto tornare in mente il mito Platonico della caverna. Cosa ne pensi di questo accostamento?

È azzeccato. Nel mito platonico della caverna l’uomo scambia per realtà le ombre, e non gli oggetti o le persone alle sue spalle che le producono. Vive la sua vita accontentandosi delle mere illusioni, incapace di vedere o comprendere la verità. La mia impressione è che nella società moderna soffriamo dello stesso male (metto anche me stesso nel mucchio). È stato creato un mondo di valori illusori il cui scopo è farci lavorare, spendere, consumare. Noi ci siamo caduti in pieno: abbiamo confuso il benessere con la ricchezza, il progresso con la crescita, l’essere con l’avere. L’unico modo per vedere la verità, è allontanarsi dalla caverna, anche fosse solo per un po’.

Parliamo dell’importanza del termine “felicità”: secondo te che significato assume generalmente questo termine nella società in cui viviamo?

Il ruolo della felicità è spesso relegato a quello di sogno: è bello averlo, fa piacere parlarne di tanto in tanto, ma non dovremmo nutrire molte speranze di realizzarlo. Di conseguenza è più comune sentir parlare di chi è felice perché si è accontentato di quello che aveva, piuttosto di chi è felice perché NON si è accontentato. Curioso, vero? Io, però, appartengo alla seconda categoria e preferisco parlare di felicità in termini diversi.

Cristòbal Jodorowsky anni fa scrisse un libro intitolato “Il collare della tigre” nel quale sosteneva che per vivere pienamente la nostra vita dobbiamo liberarci dell’eredità emotiva che la famiglia esercita su di noi da generazioni. Volendo convalidare la teoria di Jodorowsky, secondo te, ai giorni nostri in che modo i possibili precetti culturali trasmessi dalla famiglia possono ancora condizionare la libertà dei giovani nello scegliere un proprio percorso di libertà?

I genitori sono i primi “maestri di vita” che abbiamo. È giusto e normale che sia così, il problema sorge quando i genitori iniziano a caricare i figli con le proprie aspettative, le proprie paure e la propria scala dei valori. Di conseguenza un giovane che si trova alla soglia della sua vita adulta e deve decidere che farne, si troverà due difficili compiti: non solo di cercare di soddisfare la propria indole, ma anche accontentare quella dei genitori. A volte è facile, a volte è impossibile, così nascono conflitti familiari. Purtroppo non tutti i genitori si rendono conto che la propria scala di valori potrebbe non essere più attuale, o che i propri desideri non sono gli stessi dei propri figli.

Quasi un anno fa hai provato la gioia di diventare Padre del piccolo Michele. Se un giorno tuo figlio ti chiedesse come si raggiunge la felicità, tu cosa risponderesti?

Se nel frattempo non avessi trovato risposte migliori, gli suggerirei la mia stessa regola: eliminare il superfluo, cercare e coltivare il necessario. Cos’è superfluo o necessario per lui, però, dovrà scoprirlo lui stesso. Il primo passo della ricerca, dunque, è quello di imparare ad ascoltarsi. Il secondo, mettere in pratica quello che abbiamo sentito. Tutto sommato la teoria non è difficile! È la pratica che frega…

I viaggi

I viaggi, l’introspezione, la ricerca di un equilibrio interiore duraturo, l’avventura della narrazione: quali altri orizzonti senti potrebbero aprirsi lungo questo tuo cammino?

Sono sincero quando dico che non ne ho idea. In questo momento della mia vita sto vivendo l’esperienza della narrazione. Mi piacerebbe scrivere ancora, in particolare romanzi, ma chi lo sa? Forse ci riuscirò, forse no. Magari tra un po’ di tempo di questa vita capirò che il passo successivo mi porta in una direzione nuova e inaspettata. Io sono alla frontiera di quello che conosco di me stesso. Per vedere un altro orizzonte, devo prima riuscire a scoprirlo.

Sulla base di quanto detto fin’ora, se ti chiedessi di descriverti per come sei oggi attraverso una canzone, quale canzone sceglieresti e perché?

Guaranteed, tratto dalla colonna sonora di Into the wild. La prima volta che ho sentito quella canzone, e ascoltato quelle parole, ho saputo che stava parlando di me, e di tutti quelli come me. Vogliamo citare una frase? Citiamola: “got a mind full of questions and a teacher in my soul”. Ho una testa piena di domande, e un maestro nella mia anima

In cosa sei impegnato attualmente e, se non sei in viaggio, per quando hai programmato la ripresa del tuo cammino?

Sono sicuramente impegnato in troppe cose. Per prima cosa sto cercando di far conoscere il mio libro “Sulla strada giusta”. Quel libro ha potenzialità che non sono ancora state espresse. Diciamo che sto “battendo il ferro che è ancora caldo”. Poi mi piacerebbe iniziare a scrivere altro. Ho già parecchie idee per qualche racconto lungo, forse romanzo. Allo stesso tempo porto avanti il non facile compito di avere un bimbo piccolo per casa, che accudisco io fintanto che la madre è a lavoro. Nessun viaggio programmato al momento, vedremo quello che accade, cercando di fare il meglio che possiamo con quello che abbiamo e che siamo, come sempre.

A cura di Gaetano Cuffari
In Esclusiva per Vetrinadelleemozioni.com

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