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Intervista di Marco Nuzzo a Guido Mattioni

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Guido MattioniPer Vetrina delle Emozioni, ho intervistato Guido Mattioni, giornalista per quotidiani tra cui Il Giornale, e settimanali come Epoca, autore, all’esordio col suo romanzo Ascoltavo le maree (in inglese Whispering Tides), in nomination per i Global eBook Awards di Santa Barbara (California) e menzionato nella rubrica Grandi letture della Blue Lake Review. Tanti altri riconoscimenti  ha ottenuto la sua pubblicazione, ma vediamo di conoscere meglio Guido e il suo ultimo lavoro.

 

 

  • Un benvenuto, Guido. Innanzitutto  ti ringrazio per la preferenza accordataci. Parliamo un po’ di te. A che età comincia a svilupparsi la passione per la scrittura e cosa ti spinge a intraprendere  la carriera giornalistica?

Ritengo che la passione per lo scrivere discenda, per li rami, da quella per il leggere. E devo dire grazie a mia madre, grande insegnante di Italiano, che mi ha fatto crescere tra i libri. Lei era una liberale che già nei primi anni Sessanta portava a commentare a scuola gli articoli di Pasolini. Così sono stato un bambino che non sapeva cosa fosse un “terzino” – oggi sono un sessantenne che continua felicemente a ignorarlo – ma che già sapeva che cosa fossero le “terzine”. A sei anni, disteso a pancia ingiù sul pavimento, sfogliavo incantato la Divina Commedia con le tavole del Doré e a dieci avevo letto Uomini e topi di John Steinbeck nell’edizione bianca e verde della Medusa Mondadori. Un po’ logorata, ma ce l’ho ancora. Comunque, il mio “volli, fortissimamente volli” nei confronti del giornalismo è stato così convinto che alla fine, da friulano testa dura ce l’ho fatta a entrare in una grande redazione. Dalla porta di servizio, come usava allora, ma con l’orgoglio di poter dire che il direttore che mi assunse fu un certo Indro Montanelli.

  • Parliamo del tuo libro: disponibile in due lingue, ha avuto un forte riscontro in ambito internazionale. Come si sviluppa l’intreccio di questa tua opera? Quali le caratteristiche basilari dei personaggi?

Usando la tua stessa espressione, penso di essere riuscito nel mio intento di intrecciare realtà e fiction. Più che di una storia vera – verissimo è senz’altro il luogo dove l’ho ambientata, la città americana di Savannah, in Georgia – preferisco parlare di una storia plausibile, almeno per come si dipana lungo quasi tutte le sue 240 e rotte pagine. Poi, proprio all’ultimo capitolo, la conclusione è forse invece metafisica, nonché del tutto sorprendente. Sono tutti plausibili anche i personaggi (alcuni assolutamente veri), gli uni e gli altri ripescati dal mio bagaglio di vita vissuta. Aggiungo poi – chi mi conosce lo sa – che nel libro c’è anche molto di intimamente mio, pur se non voglio sentire parlare di vicenda “autobiografica”.

  • Ci parleresti più nel particolare del rapporto che ha Guido Mattioni con la scrittura? Cosa vuol dire  per te scrivere? Si scrive per se stessi o per gli altri?

Per me si scrive per se stessi, lasciandosi andare, proprio per poter dare qualcosa di buono agli altri. Rifuggo come la peste chi si definisce intellettuale e vuole mandare “messaggi”. I veri libri li scrivono uomini veri, mentre i messaggi li mandano i tiranni o quegli intellettuali diventati noiosi proprio perché non sono riusciti a diventare dittatori. Pol Pot, non  caso, era un intellettuale. Scrivere, per me, è invece un lavoro artigianale e un piacere fisico. È come cucinare. Ci devi mettere gli ingredienti giusti, il sale e gli aromi, che nel caso di chi scrive sono i luoghi, i personaggi e il tuo “sentire”. Ma poi diventa proprio come impastare il pane o tirare un sugo. Non basta rispettare dosi, tempi e temperature lette su un libro. Devi saper improvvisare, devi coccolare la tua creazione, ma devi farlo mettendoci amore, altrimenti tanto vale tirare fuori dal freezer i sofficini pronti, oppure scrivere una di quelle troppe “cose” che si trovano oggi in libreria. Parlo di titoli stravenduti, ma in realtà imposti dal marketing a un pubblico poco educato a scegliere e che è stato creato a sua volta esso stesso dal marketing. Passa così il messaggio: “è uscito l’ultimo libro di Tizio, DEVO correre a comprarlo!”. Prendetene su uno a caso, dagli altarini delle imposizioni editoriali edificati nelle librerie. E sfogliate le prime pagine: è sempre più una prosa standardizzata, anoressica, priva di curve, una sorta di lungo sms in cui le parole sono state lasciate cadere giù come i bastoncini dello Shangai.

  • E mi trovi in piacevole sintonia con le tue parole. Dalla sinossi, si evince che il messaggio principe del romanzo sia il riacquisto della propria libertà, la fuga da un mondo al quale non si appartiene e, alla soglia dei cinquant’anni, il contare sulle proprie forze per ritrovarsi, ricucendosi addosso una propria identità. Qual è, per Guido, il significato delle parole “libertà” e “percezione”? Quale, invece, il significato intrinseco racchiuso in quest’opera?

Ascoltavo le MareeBella domanda. “Libertà” e “percezione” sono innanzitutto due parole che mi piacciono molto in quanto si assomigliano: sono infatti entrambe “rivoluzionariamente” individuali in un mondo che invece teme il diverso e la nota stonata cercando conforto e sicurezza nel coro, nel gruppo, nella squadra, nel viaggio in crociera o nel villaggio turistico, in una parola nella standardizzazione di tutto: dal gusto dei sofficini ai sofficini camuffati da libro. Nel mio romanzo, il protagonista Alberto Landi è invece a suo modo un rivoluzionario. Uno che si ribella. Colpito da una tragedia che ha sconvolto la sua vita – la perdita della moglie che adorava – Alberto apre gli occhi e “percepisce” che non può limitarsi a sopravvivere nella “foresta oscura” di una città che non ha mai amato ma dove si è trascinato per convenienza economica e di status. E fa una scelta di “libertà”, bella perché contro le regole del cosiddetto buon senso. Si libera di tutto, lascia il lavoro e imbocca “la diritta via” che aveva smarrito: parte per l’unico luogo del mondo che davvero ama, l’unico che si sente di poter chiamare “casa”. Non è una fuga – equivarrebbe a una sconfitta – ma semmai è dare corpo a un sogno: passare appunto dal sopravvivere al vivere. E la semantica conta.

  • Che cosa contraddistingue il tuo romanzo? Perché acquistarlo? Quanti e quali sono stati i riconoscimenti che ha ottenuto?

Non ho presunzioni intellettuali, questo l’ho già detto. So però di saper scrivere bene, in un italiano che scivola senza frizioni. In parte è dono, in parte sono state le buone letture, mentre un buon contributo lo hanno dato senz’altro 33 anni di giornalismo attivo, sempre in giro a raccontare il male e il bene del mondo. A chi suggerisco il mio romanzo? Senz’altro a chi non si vergogna nel provare quelli che vengono irrisi come “buoni sentimenti”, a chi sa commuoversi ancora davanti a un tramonto, a chi ha voglia di scoprire da me che cosa abbiano da sussurrarci ogni sei ore le maree, ma soprattutto a chi vuole leggere una storia dove accanto ai personaggi coloriti che la popolano – umani e animali, i secondi più saggi dei primi – spicca una Natura che è quotidiana maestra in quanto decide Lei delle paure, delle gioie e dei tempi del vivere. Di provare queste sensazioni, alla vigilia dei 60 anni, non me ne vergogno affatto. Anzi, lo ritengo un privilegio. E amo citare in proposito un passaggio della recensione scritta dalla collega romanziera americana Susan Anderson, là dove dice di me che ho “gli occhi di un umanista e l’anima di un poeta”. È il complimento più bello che mi potesse fare. Ma di soddisfazioni, almeno in America, ne continuo a raccogliere: come hai ricordato tu, il mio Whispering Tides è in nomination per i Global eBook Awards di Santa Barbara, in California, una sorta di Oscar dell’editoria online. E sono l’unico autore italiano – su migliaia di iscritti – candidato a uno dei riconoscimenti in palio. Oltre a questo, Whispering Tides è stato appunto menzionato nella rubrica Grandi Letture della Blue Lake Review, rivista letteraria dello Stato di New York e sul magazine bimestrale Southern Writers che pubblicherà nei mesi a venire una mia lunga intervista. Un’altra intervista è uscita sul sito della rivista letteraria Black Heart di Austin, Texas, mentre il libro è stato accettato per essere recensito da altre prestigiose riviste, la Southern Literary Review di Alpharetta (Atlanta, Georgia), e Via (Voices in Italian Americana), magazine del centro di Letteratura e Lingua Italiana del Queens College di New York. Una menzione è uscita sulla newsletter di IAWA, l’Associazione degli scrittori italo americani e su alcuni organi di stampa e online delle maggiori comunità italiane in Usa e Canada. Sono poi stato accolto come uno dei Featured Authors di Indies Unlimited, la principale associazione americana di scrittori indipendenti ed autoprodotti e come membro nel gruppo di StorySouth, rivista legata all’Università di Greensboro, nel South Carolina. Infine, il mio romanzo è stato inserito tra i titoli presenti nelle biblioteche di due importanti università del New Jersey,la Monclair State ela Seton Hall.

  • Grandi soddisfazioni per uno scrittore che ha fatto della scrittura la propria vita. Preferisci scrivere a penna o al PC?

Pc, assolutamente pc. Dopo aver passato tutta la mia vita professionale scrivendo ogni giorno centinaia e centinaia di parole, prima battendo sui tasti delle Lettera 34 portatile e poi sfiorando quelli di un computer, ho perduto la capacità di scrivere a mano in modo comprensibile. Mi capita spesso, al supermercato, di non capire io stesso che cosa avessi scritto nella nota della spesa.

  • Come mai la scelta di pubblicare e perché non con una casa editrice? Ritieni che il self publishing sia una svolta per chi scrive? Cosa cambieresti nell’ambiente “editoria”?

L’ho già detto e qui lo ripeto, senza peraltro vergognarmene: dopo 33 anni di giornalismo ad alto livello – da cronista a caporedattore, da vicedirettore a inviato speciale – due grandi case editrici italiane non hanno nemmeno risposto all’email in cui chiedevo se potevo inviare loro in lettura il mio manoscritto. Avrei  preferito una critica motivata a un’immotivata villania. Poi vedi apparire dal nulla dei giovani autori senza storia professionale né esistenziale che vengono pubblicati, lanciati e promozionati con dispendio di denaro e di energie. E allora non ti chiedi perché ai loro manoscritti abbiano detto di sì, perché tutto è soggettivo; ma ti chiedi perché a loro abbiano risposto e siano stati invece immotivatamente villani con te. Ma un’idea su quel perché ce l’ho e me la tengo per me. Così mi sono gettato con soddisfazione nel self publishing, prima con la piattaforma Smashwords e poi con Amazon, sia in ebook sia in edizione POD (Printed on demand). Questa non sarà la rivoluzione dell’editoria. In America lo è già, perché dopo essersi presa le sue belle “scottature”, l’editoria tradizionale ha capito di dover cambiare e che il mondo degli autori cosiddetti Indie (da Independent) era una risorsa dove scoprire nuovi talenti e non come un nemico da combattere. Per accorgersene, basta scorrere la classifica dei libri del New York Times, non quella su un giornaletto di un vattelapesca sperduto nel nulla del Nebraska. O citare boom letterari come quelli di Amanda Hocking e di Darcie Chan. Cosa cambierei dell’editoria nostrana? Potrei dire molto, ma mi basterebbe la rinuncia a quel diffuso atteggiamento castale che per fortuna, va detto, non riguarda tutti, ma solo quelli incistati nei loro privilegi. Penso che l’esempio americano stia insegnando molto a chi avrà il coraggio di essere “hungry and foolish” – per dirla con Steve Jobs – e che sa guardare fuori dai propri confini. Credo nei giovani e non è una frase fatta.

  • Come vedi, invece, gli autori emergenti di fronte a un ginepraio fatto di tipografi mascherati da case editrici? Ritieni che la letteratura possa subire un duro colpo in tal senso?

Se degli editori tradizionali vorrei cambiare molto, di quei piranas che chiedono soldi agli autori in cambio della pubblicazione ne sogno ardentemente la sparizione, il fallimento, la bancarotta. Io non li ho mai nemmeno avvicinati e mi faccio in quattro per dissuadere dal farlo i ragazzi che mi scrivono o mi telefonano per avere un consiglio in merito.

  • Come ritieni la cultura nel nostro panorama? Pensi che i giovani, oggi, siano ancora propensi alla lettura di un romanzo come pure di una silloge poetica? Reputi che esista ancora gente capace di affidarsi alle proprie percezioni e sensazioni?

In Italia si legge indubbiamente poco, ma constato con piacere ogni giorno, per esempio su Facebook, quanta passione ci sia invece per la letteratura e la poesia. A volte è un po’ ingenua, ma è questione d’età e la cosa non mi preoccupa; più spesso, e l’età non c’entra, è invece condizionata da quello che, come ho già detto, viene imposto dal marketing o da una stampa, specie periodica, che non fa altro che rincorrere quello che passa il convento televisivo. E poi bisognerebbe ridurre i prezzi, cominciando da quello degli ebook: chiedere 11 euro per un Fabio Volo o un Moccia in versione digitale mi sembra davvero esagerato. Negli Usa il prezzo aureo degli ebook è 2.99 dollari.

  • Concordo in toto. Hai dei momenti particolari della giornata durante i quali preferisci scrivere?

Senz’altro la mattina, a mente più fresca. Non è nemmeno uno sforzo perché mi sveglio da sempre molto presto. Ma prima di iniziare ho un rito irrinunciabile: mi lavo, mi rado e mi vesto come se dovessi ricevere qualcuno. Non tollero l’idea di girare per casa, né tantomeno di scrivere, in pigiama e pantofole.

  • Ti piace leggere? Che tipo di letture preferisci?

Sul fatto che mi piaccia leggere penso di averlo detto ampiamente. Da ragazzo ho letto anche tanta saggistica, ma ora non più. Sono diventato monomaniaco, lo ammetto: romanzi, romanzi e ancora romanzi. Poche le autobiografie o le biografie, a parte eccezioni legate alla statura del personaggio. Anche se devo dire che più che leggere, ormai da tempo mi ritrovo a ri-leggere. Perché dovrei perdere tempo con certi autori soltanto perché se ne parla? Prima passo in libreria e scorro le prime pagine: in base a quelle decido.

  • Quale genere non leggeresti mai?

Non ho dubbi, il Fantasy. Non che lo sminuisca, ma non tollero nemmeno nelle sue trasposizioni cinematografiche. Ci ho provato, ho letto anche un libro della Hocking in lingua originale (tra l’altro giù il cappello, la ragazzona del Wisconsin scrive molto bene, ha un gran ritmo narrativo!). Ma è proprio il genere. Voglio leggere di uomini e donne vere. Non mi interessano proprio maghi, maghetti o fanciulle dalla preoccupanti dentature aguzze.

  • Chi è Guido Mattioni nel quotidiano?
Marco Nuzzo

Marco Nuzzo

Per parodiare il titolo di un famoso film di John Ford, girato proprio nell’anno in cui sono nato, nel 1952, potrei dire che sono un uomo tranquillo. Ho tanti carissimi amici in Italia e nel mondo e posso dire di non essermi fatto mai dei nemici nemmeno in un mondo lavorativo non facile e competitivo come quello del giornalismo. Certo, ci sono colleghi con i quali non andrei a cena e i quali non verrebbero a cena con me. Il fatto è che ho sempre avuto un unico brutto vizio: dire sempre quello che penso, fregandomene della diplomazia e dei ruoli, e per di più con il sorriso sulla bocca. E c’è di peggio: ho una irrefrenabile vocazione minoritaria che fa sì che se mi accorgo di avvicinarmi alle posizioni di maggioranza, istintivamente mi allontano. Chi è intelligente mi apprezza e si diverte. Chi è gregario dentro non mi capisce proprio e quindi mi evita. Come si fa con i matti.

  • Un’opera che avresti voluto scrivere?

Divina Commedia su tutte, non c’è gara. Poi, anche se è tutta un’altra storia e un altro livello, tutto quello che hanno scritto John Fante, Flannery O’Connor, Saul Bellow, Mark Twain, Truman Capote,  John Steinbeck, Mark Twain, William Faulkner… devo continuare o si è capito quali sono i miei riferimenti, i miei fari nella notte?

 

  • Ho compreso la tua “linea”. Il tuo autore/poeta preferito?

Se proprio devo scegliere, se messo alle strette, beh… forse John Fante per la straordinaria freschezza e gradevolezza della sua prosa. Ma anche Flannery, però… Tra l’altro lei era nata a Savannah, la mia adorata home away from home.

  • Pensi sia importante il confronto con altri autori?

Dipende da chi sono gli altri. Non per fare sempre l’esterofilo, ma in America ho trovato uno straordinario spirito di colleganza, soprattutto nel mondo degli autori indipendenti. Qui in Italia non frequento nessuno scrittore perché hanno la cattiva abitudine di riunirsi nei salotti. Io ne ho il sacro terrore, mi sembrano degli acquari autoreferenziali gestiti da vecchie carampane che ricorrono per di più a dei pessimi servizi catering. Molto meglio il salotto di casa mia, tra vecchi e sinceri amici, con vino buono e cibo cucinato da me.

  • Hai altre pubblicazioni in cantiere?

Sì, ho un altro romanzo già molto a buon punto, ambientato anch’esso oltre Oceano, ma decisamente con una storia più dura. Tuttavia, per scaramanzia, non vorrei aggiungere altro.

  • Ti ringrazio per la disponibilità Guido, ho trovato il tuo punto di vista interessante, oltre che affine. Ti faccio tanti auguri e complimenti per il tuo romanzo, che mi concederò molto presto. Spero di averti ancora tra di noi. Ad maiora!

Vorrei essere rispettoso dei fatti così come ho cercato di esserlo sempre da cronista: il romanzo sta avendo, specie oltre Oceano, dei grandi e direi grandissimi riconoscimenti qualitativi. La quantità verrà, se dovrà venire. Ma quando la gente come prima cosa ti chiede “Quanto hai venduto?”, a me cadono sinceramente le braccia perché significa che la logica bastarda – posso dirlo? – dell’Auditel ha contagiato anche chi legge.

A cura di Marco Nuzzo

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