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Intervista di Gioia Lomasti a Cesare Oddera

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Cesare Oddera intervistato da gioia lomasti

Cesare Oddera foto di Manuela Torterolo

 

A che età hai cominciato a scrivere?

 

Durante l’adolescenza, come accade ai più. Mi è sempre piaciuto ascoltare e raccontare storie. Sono sempre stato affamato di vita altrui e affascinato da chi sa raccontare bene.

 

Come scrivi le tue opere, su carta o col computer?

 

Prendo appunti e li rielaboro su carta. Più raramente mi capita di dettare ad un registratore a nastro, di quelli che andavano forte qualche anno fa. In un secondo momento trasferisco, in ogni caso, il dettato su carta. Alla scrittura a macchina o a computer arriva solo una minima parte di questi appunti, in testi molto vicini alla versione definitiva. Sono debitore con il mondo di una foresta intera.

I testi escono di getto o li elabori?

 

Nessuno dei miei scritti esce di getto. Le prose hanno naturalmente una gestazione lunga, ma anche quella delle poesie è molto variabile. Alcune nascono per così dire già formate, almeno nell’insieme, mentre altre possono sedimentare per anni, sotto forma di appunto o, addirittura, a livello embrionale di pensiero. I testi definitivi sono comunque figli di un duro lavoro d’artigianato.

Qual è la tua atmosfera ideale per la scrittura?

 

Prendo appunti dovunque, senza alcun problema. Durante la rielaborazione preferisco la solitudine assoluta.

 

In una parola, cos’è per te la scrittura?

 

Una parte importante della mia vita ma, per fortuna, non tutta.

 

Cosa traspare dai tuoi testi?

 

Credo che i miei testi mi somiglino molto, hanno i miei pregi e i miei difetti.

 

Perché, secondo te, la poesia ha minor pubblico rispetto alla narrativa, tanto da esser considerata di nicchia?

 

Non amo l’espressione “di nicchia”, ha il sapore dei salotti buoni della borghesia letteraria in cui, solitamente, ci si auto compiace definendo “di nicchia” qualcosa di volutamente riservato a pochi. Non l’accosterei alla poesia. Credo che alla maggioranza dei poeti piacerebbe ritagliarsi lo spazio di mercato che, per esempio, è proprio della narrativa. La forza della poesia è d’essere molto più “densa” della prosa, ma questa forza è anche, paradossalmente, la sua maggior debolezza, poiché la rende più difficile alla lettura, condannandola al ruolo di eterna “Cenerentola”. È vero, tuttavia, che il pubblico della poesia è molto preparato. È sempre piacevole discutere con un lettore di poesia perché conosce bene l’argomento e difficilmente si fa imbrogliare.

 

A tuo parere, cosa occorre per diventare un bravo scrittore?

 

Essere un bravo scrittore significa saper “vedere” e saper raccontare.
Hai nuovi progetti in cantiere? Puoi svelarci in esclusiva delle news?

 

Cantieri aperti ce n’è più d’uno, ma nessuno ancora definito. Posso dire che sto lavorando in poesia e anche in prosa.

 

Tra poesia e narrativa, cosa scegli e perché?

 

Sono un lettore “onnivoro”. Ci sono giorni buoni per la narrativa, altri buoni per la poesia, altri ancora adatti per letture differenti.

 

Parlami un po’ dei libri che hai scritto.

 

Ogni libro è, per così dire, storia a sé. Ho steso “Plasticolandia”, la mia raccolta d’esordio, fra i diciotto e i vent’anni, ed è stata pubblicata nell’ormai lontano 1999, quando ne avevo ventidue. Dentro quindi c’è molta giovinezza, nel bene e nel male. A livello di intenzioni doveva essere uno “schiaffo” al mondo, il grido di un ragazzo appartenente ad una generazione fantasma, cresciuta nel riflusso individualista degli anni ’80 e ’90, e che ha faticato molto a trovarsi. Magari quello “schiaffo” è stato dato male, senza la necessaria forza, ma continuo a ritenerlo importante, almeno per me.

“Niente parole d’amore per un fucile”, che raccoglie poesie scritte fra il 2003 e il 2011, è chiaramente più maturo dal punto di vista linguistico e dei contenuti. Anche il metro è cambiato, si è accorciato, si è adattato al mio respiro respiro. La forza è rimasta la stessa, pressoché intatta, ma la necessità di prendere a schiaffi ogni cosa è andata attenuandosi. Se anche qualche cosa fosse andata perduta in ampiezza, è stata recuperata in profondità.

 

Entrambi i libri sono fondamentalmente storie d’amore.

 

L’amore è il solo filo, per quanto sottile, che unisca i due libri. “Plasticolandia” segue passo a passo una storia d’amore di quei tempi. In “Niente parole d’amore per un fucile” si parla di più amori che, negli anni, si sono inseguiti e perduti. C’è da dire che spesso l’amore è un buon punto di partenza per parlare d’altro, per affrontare tematiche differenti.

 

Niente parole d amore per un fucile

In “Niente parole d’amore per un fucile” c’è parecchio della tua terra.

 

Sono genovese d’adozione. Ho sempre amato Genova, ci vivo insieme alla mia compagna, ci ho studiato, ci ho perfino fatto parte della “naja”. “Plasticolandia” è stato scritto e ambientato a Genova. Però sono cresciuto a Mallare, un grappolo di case della Valbormida, sui monti del savonese. Scriveva Cesare Pavese:  “un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Ad aspettarmi sono rimaste anche le poesie e i personaggi che le popolano. Scrivere “Niente parole d’amore per un fucile” è stato come tornare a casa.

 

Ti manca il tuo paese?

 

Tutti i giorni. Mi mancano i miei vecchi, quelli che non ci sono più e i pochi che resistono. Ho nostalgia della lingua, delle storie raccontate in quel dialetto così particolare che va parlato lento, nelle preghiere come nelle bestemmie. Un’invocazione corale, ruvida e limpida al contempo. E mi manca il ragazzo che sono stato, quello che nuotava nel torrente. Ci torno spesso, ma è doloroso. Ogni volta aggiorno la conta di quelli che sono andati via.

 

Nelle poesie dialoghi spesso con qualcuno.

 

Scrivo quasi sempre con qualcuno davanti o al mio fianco. Considero fondamentale avere un interlocutore, un “tu” al quale raccontare o dal quale essere raccontati.

 

Cosa pensi del mondo virtuale riguardo alla promozione dell’arte? Ritieni che internet sia un buon strumento di visibilità ?

 

Internet è uno strumento rivoluzionario la cui portata possiamo solo cominciare a misurare. Ha impattato non solo sul mercato, ma anche sui rapporti fra le persone, sulla loro vita sociale. Come molta tecnologia, per me ha in sé qualcosa di magico, che non comprendo a fondo e che un po’ mi sgomenta. Penso possa essere usato anche per vendere arte, con tutti i limiti che il vendere arte comporta.

 

Hai un sogno nel cassetto?

 

Mi piacerebbe riabbracciare i familiari e gli amici che mi hanno lasciato in questi anni. Non ho la consolazione di una fede religiosa tradizionale, per cui non credo a cose come l’inferno e il paradiso. Tuttavia, quando ripenso ai miei vecchi, mi piace pensarli come “non andati del tutto”.

 

Biografia: Cesare Oddera è nato nel 1977 da famiglia operaia d’origine contadina. Cresciuto a Mallare, un grappolo di case in provincia di Savona, attualmente vive a Genova, dove (primo in famiglia) ha potuto studiare e laurearsi in letteratura. Nel 1999 ha pubblicato la raccolta poetica “Plasticolandia” per i tipi delle Edizioni Joker di Novi Ligure. Negli anni numerosi suoi testi sono comparsi su riviste (La Clessidra, Il Segnale, Specchio) ed inseriti in antologie, fra cui l’ “Antologia della poesia erotica contemporanea”, ATi Editore, del 2006. Molto legato all’oralità della poesia, ha organizzato e partecipato a svariati reading e spettacoli poetici. La sua nuova silloge poetica “Niente parole d’amore per un fucile”, pubblicata nel 2012 dalle Edizioni CFR di Sondrio e prefata da Gianmario Lucini, si è classificata al terzo posto al Premio Internazionale Franco Fortini 2011. 

A cura di Gioia Lomasti

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