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Intervista di Gioia Lomasti e Alessia Marani a Acreàstro Ennannellòro

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Acreàstro Ennannellòro
Come ti sei avvicinato alla scrittura?

Ogni persona è un computer carico di tutti i programmi, ossia portiamo dentro di noi tutte le possibilità. L’ha detto anche Gesù: «Il regno di Dio è dentro di voi». Per entrarvi occorre però possedere o ricevere le chiavi. Senza addentrarmi in discorsi particolari e lunghi, dico soltanto che molti di noi non possiedono le chiavi o i codici d’accesso ai propri talenti. Così, rimangono nascosti. Tuttavia, chiunque o qualsiasi cosa, perfino una malattia o un incidente, può fungere da codice d’accesso. A inserire il mio codice d’accesso alla scrittura, nel 1967, è stata una trasmissione televisiva pomeridiana, in lingua francese, destinata ai giovani, durante la quale alcuni ragazzi hanno avuto l’opportunità di leggere una loro poesia.

La mia famiglia e io siamo emigrati in Svizzera nel 1960. Dopo un soggiorno di qualche mese trascorso nel canton Berna, ci siamo trasferiti a Friburgo, città universitaria bilingue: francese e tedesca.

Dunque, quel pomeriggio dell’anno 1967, si è attivato dentro di me il programma della scrittura, grazie a quella trasmissione televisiva che ha funto da chiave o codice d’accesso. La prima finestra che si è aperta è stata: «Scommetto con me stesso che sono capace anch’io di comporre poesie». Mi hanno incoraggiato anche il mio terzo maestro elementare e i miei compagni di classe (III-IV). C’entrano forse pure i geni. Anche mio padre, buon’anima, che ha imparato a leggere e a scrivere quando era militare, ha composto alcune poesie. Purtroppo, sono andate perdute.

Ho iniziato tardi a frequentare la scuola: avevo 16-17 anni. A Mineo, paese di Luigi Capuana dove sono nato nel 1951, i miei genitori non mi hanno fatto andare a scuola. Temevano, non a torto, che gli altri bambini mi avrebbero preso in giro, maltrattato. Sono venuto al mondo con difficoltà motorie, anche nel parlare, conseguenti a un parto difficile. Ma all’età di cinque o sei anni sapevo leggere e scrivere, grazie soprattutto a mia madre che, compratomi il Sillabario, me l’ha insegnato. In terra elvetica ho scoperto di essere tagliato per il francese e per le altre materie. Nei miei primi tre anni di scuola elementare, la mia nota media finale ha rasentato ogni anno il 6, il massimo voto in terra elvetica.

A Friburgo ho imparato presto a parlare e a scrivere il francese, il tedesco meno, giocando fuori con gli altri bambini. Questi mi hanno fatto dimenticare le prese in giro, a calci e a sassate subite in Sicilia, mentre più tardi mi capiterà di rimpiangerle… Dopo circa sei anni di spensieratezza, ero pronto per andare a scuola. Il primo anno l’ho passato in una scuola per ragazzi che avevano difficoltà di apprendimento, il primo trimestre in III elementare. Alla fine del trimestre sono stato promosso in V. Terminato il mio primo anno scolastico con una bella media finale (5,1), mi si è trasferito in una scuola normale dove sono stato retrocesso in IV. Qui le materie e il programma erano quelli normali, per tutti. Alla fine dell’anno la mia media ha sfiorato il 6: 5,73.

Si noti che i bambini handicappati, che potevano frequentare la scuola normale, vi erano ammessi senza storie. Se del caso, venivano supportati dall’Assicurazione invalidità. Dalla IV elementare mi si è dotato di due macchine per scrivere elettriche. Una la usavo a casa per fare i compiti e battere i miei scritti, l’altra a scuola per abbreviare un po’ i tempi nel seguire i dettati e nel comporre i temi. Le tastiere erano ricoperte da una griglia per evitare che pigiassi due o più tasti insieme. Ovvero la legge sulla parità di trattamento non esisteva ancora, eppure noi handicappati eravamo, almeno in Svizzera, trattati alla pari senza dimenticare che eravamo diversi, perciò bisognosi di un trattamento diverso.

È quindi durante la IV elementare che mi sono avvicinato alla scrittura. Dalla IV sono passato in VI e da allora le mie note sono andate scemando. Il nuovo maestro, una persona di una certa età, se ne fregava di insegnare. Maltrattava anche fisicamente chiunque, meno me, non capisse al volo quello che diceva. Lo faceva ripetendo, come un disco rotto, che lui alla loro età… Dal mio terzo e ultimo anno di scuola elementare mi sono messo a detestare la scuola, soprattutto la matematica. Quell’anno, su venticinque scolari, soltanto in tre siamo stati promossi, io con la media finale del 5.

Sì, sul suolo svizzero i bambini portatori di handicap sono trattati bene. Ma vengono abbandonati a sé stessi, almeno questa è la mia esperienza, quando iniziano a entrare in scena i primi sconvolgimenti primaverili… Durante il primo anno di scuola secondaria, il mio rendimento ha continuato a diminuire (media finale: 4,34). Perfino i compagni di classe mi lasciavano da solo durante la ricreazione. Cosa che non era mai successa nei miei primi tre anni di scuola. È vero, eravamo tutti nuovi e quindi estranei. Almeno io lo ero per loro e loro lo erano per me. Mi dicevo, ma senza credervi, che lo facevano per proteggermi dai pericoli che avrebbe comportato per me farmi partecipare ai loro giochi ormai da grandi: spinte, corse, lotte, tese a sfogare l’esuberanza caratteristica degli adolescenti. Insomma è cominciato per me l’inferno che, ripeterebbe Sartre, «sono gli altri». Questa nuova realtà ha peggiorato il mio rendimento scolastico. Il primo trimestre del secondo anno di scuola superiore, ho abbandonato gli studi: era insopportabile quell’essere solo in mezzo a tanti. Gli altri non esistevano, pur essendoci. E da allora vivo l’inferno fatto di indifferenza altrui, quindi di solitudine, in cui vengono confinati i portatori di handicap non più bambini. Se poi a aggravare la loro condizione ci si mette anche la scarsità di denaro… Bellissimo il film «Quasi amici», se non fosse per quel messaggio, tutt’altro che subliminale, secondo cui può crepare l’handicappato che non ha quattrini.

Nel 1970 ho seguito, per alcuni mesi, un corso d’italiano per corrispondenza da Losanna; esame finale superato brillantemente: diploma. Poi, in una scuola privata, ho frequentato tre corsi: dattilografia (media finale 5,25), corrispondenza francese (4,75) e ortografia (4). All’inizio del 1972 ho cominciato a lavorare in una fabbrica di cartonaggio, come perforatore di schede da inserire nel cervello elettronico per i diversi programmi di lavorazione. Da agosto 1972 a marzo 1977, ho svolto l’attività di adressographe (indirizzografo?) presso una tipografia. Alla fine di marzo mi sono trasferito in Ticino, a Lugano, dove i miei si erano stabiliti da qualche mese. Io sono rimasto ospite di amici, in attesa che mi si trovasse là una sistemazione. Il primo di aprile del 1977 ho pescato un bel pesce che mi seguirà fino alla fine del mese di dicembre 2004. Quello è stato, cioè, il primo giorno dei miei ventisette anni di lavoro nella Svizzera italiana, presso un’altra tipografia, dove ho iniziato come ausiliare linotipista. Poi, con l’evento dell’informatica che, invece di alleggerire la fatica dei lavoratori, andrà via via riducendo il loro numero — e ciò in qualsiasi settore —, mi si è fatto salire al grado di correttore di bozze. E alla fine del 2004 mi sono ritrovato anch’io senza lavoro, licenziato dai computer che andavano erodendo l’effettivo del personale e dal correttore automatico, una gelida figura ancora oggi poco affidabile.

Il tuo percorso?

Il mio terzo maestro elementare, d’origine italiana, e i miei compagni di classe (III-IV) erano dunque fieri del loro poeta. Qualche anno dopo, ho inviato una poesia al settimanale L’Illustré perché la pubblicassero. Mi si è risposto: «Carina, ma infantile». Però mi hanno consigliato di non scoraggiarmi e di crescere… Allora ho intrapreso un percorso di arricchimento del mio vocabolario, un gioco passionale con le parole, scrivendo anche racconti, opere teatrali, un romanzo — del quale non rammento più il titolo — che ho poi distrutto. Così ora più nessuno riusciva a capire i miei scritti. Pertanto ho adottato la risoluzione del mugnaio della favola: fare a modo mio, incurante degli altri che non si degnavano di spiegarmi cosa intendessero prima con «troppo infantile» e poi con «troppo difficile». Durante il mio secondo anno di scuola elementare, abbiamo messo in scena con gli scout questa favola di Jean de La Fontaine, «Le Meunier, son Fils et l’Ane» (Il Mugnaio, suo Figlio e l’Asino) e l’abbiamo interpretato davanti a un pubblico di genitori, parenti, amici, nel teatro della parrocchia. Già, ho partecipato anch’io alla rappresentazione: facevo parte del gruppetto dei criticoni. Mi ha dunque ispirato il saggio mugnaio a non curarmi più dei pareri altrui:

 

«Je suis Ane, il est vrai, j’en conviens, je l’avoue;

Mais que dorénavant on me blâme, on me loue;

Qu’on dise quelque chose ou qu’on ne dise rien;

J’en veux faire à ma tête». Il le fit, et fit bien.

 

«Sono Asino, è vero, ne convengo, lo confesso;

Ma che da ora in poi mi si biasimi, mi si lodi;

Che si dica qualcosa o non si dica niente;

Voglio fare a modo mio». Lo fece e fece bene.

 

Ma, col passare degli anni, ho preso coscienza che i miei testi erano davvero difficili e quindi incomprensibili. A quel punto, ho strappato molti scritti, tra cui il romanzo. I pochi che ho salvato li rivedrò forse un giorno. Così ho deciso di scrivere in modo semplice. Il che non significava non vergare quello che sentivo di dover scrivere. Il primo lavoro a vedere messo in pratica tal proposito è stato un libro particolare, cui ho cambiato più volte titolo; lavoro che ora sto rivedendo, e spero per l’ultima volta. Il titolo attuale, quello finalmente definitivo, è «Ecco il mio Gesù!».

Di cosa trattano le tue pubblicazioni?

Ancora paura della fine del mondo?Risponderei di tutto, persino della fine del mondo. Un argomento che non avrei mai trattato, almeno non nella struttura di un saggio, se non me l’avesse suggerito una scoperta casuale — ammesso che il caso esista —, fatta sfogliando il vocabolario alla ricerca di una parola. Che poi non sapevo nemmeno di aver scritto un saggio… È stato l’editore, ex Boopen.it, ora Photocity.it, a definire tale l’opera. «Ancora paura della fine del mondo?», lavoro uscito nel mese di novembre 2011, costituisce una fatica che, «caso» vuole, rimarrà sempre attuale.

Come nasce un tuo scritto? Da dove trai gli spunti?

A dire il vero non saprei, nel senso che mi sveglio una mattina e trovo l’opera nella mia testa, a aspettare che io ne riempia tutte le pagine che occorrono… E, una parola tira l’altra, luoghi, personaggi, scene e battute nascono man mano che scrivo, dall’inizio alla fine. Anche quando l’ispirazione mi viene dall’esterno, la trama ha nulla o poco da spartire con l’oggetto ispiratore. Per esempio, una causa trattata nel 2010 a Forum, trasmissione televisiva di Canale 5, vertente sul caso di due signore rimaste chiuse nel cimitero, mi ha suggerito un brevissimo racconto horror, che ho intitolato «La luna insanguinata»: una suora deflorata dal confessore mentre lei dormiva… Unicamente per creare «Ecco il mio Gesù!» ho appuntato sia le mie poche, perciò lacunose ricerche inerenti alla geografia, a qualche mito, alla religione, sia le mie «scoperte casuali» consistite in articoli di giornali o in trasmissioni televisive che, «per caso», mi ritrovavo fra le mani o a guardare e, «per caso», mi fornivano notizie che confermavano, arricchivano o sostenevano ciò che andavo scrivendo.

Cosa ne pensi dei concorsi editoriali?

In passato ho avuto modo di partecipare a concorsi letterari, con racconti e poesie, e canori quale paroliere, in Italia e in Svizzera, anche a un concorso di canzoni per bambini. Mi classificavo sempre al terzo o al quarto posto: coppe, medaglie, diplomi. Purtroppo — e non lo dico perché non sono mai arrivato primo — vince sempre chi è raccomandato (due esempi: in semifinale alla «Corrida con Corrado» [Luino, 1973], la canzone di cui ero autore della parte letteraria si è piazzata al primo posto, mentre nella finale al quarto. Anche il presentatore Corrado ha accennato di capire che qualcosa non andava. Al festival della canzone per bambini, in Svizzera [Lugano, 1987], ha vinto la piccola per la quale si è riusciti a estorce i voti al pubblico. Quarto si è classificato il mio brano dal titolo L’ape regina, musicato dal maestro Bruno Caroli, violinista della Radio televisione della Svizzera italiana, con l’arrangiamento del maestro Mario Robbiani, direttore d’orchestra di musica leggera, di Ponte Tresa, Italia, interpretato meravigliosamente da una bambina di otto anni e preferito da cento spettatori: 100 voti spontanei; il pezzo vincitore ha ottenuto poco più di 100 voti). Succede, e lo sappiamo, anche a Sanremo e a manifestazioni più importanti, ovunque nel mondo. Ciò per rispondere alla domanda: penso che pure i concorsi editoriali siano truccati. E poi non hanno senso: la missione dell’editore è quella di pubblicare gratuitamente opere valide e di adoperarsi per venderle e far guadagnare anche all’autore. O, nel caso si trattasse di uno scrittore sconosciuto, questi, pur di vedersi pubblicare il libro, potrebbe accettare di cedere alla casa editrice i diritti d’autore, come ho fatto col racconto per bambini, «Il sogno di Napoleone», edito dalle ESG-Edizioni svizzere per la gioventù e venduto dall’editore in tutte le scuole elementari. Dall’uscita (2008) al 2012 sono 970 le copie vendute e, se richiesto, il libretto è disponibile in braille. È anche ordinabile per e-mail; per la versione in braille: www.wennew.ch. Le copie vendute del mio saggio autopubblicato sono invece poco più di 30, nonostante le visite alla vetrina (Ancora paura della fine del mondo?) stiano raggiungendo quota 3000. Chi dice di vendere molte copie della sua opera in autoedizione mente suo malgrado, secondo me, in quanto non si rende conto che le sta comprando e distribuendo, magari gratis, agli amici… Il libro intitolato «Cinquanta sfumature di grigio», di cui si farà o si sta facendo un film, si vende non perché si tratta di un testo hard, ma perché l’autrice ha avuto il sostegno di molti, in primis del marito, che si sono prodigati per farla conoscere. C’è sempre il trucco, ma non si vede, almeno non subito…

Una soddisfazione?

Il sogno di NapoleoneLa pubblicazione de «Il sogno di Napoleone». Ho accettato di rinunciare ai diritti d’autore, in cambio di un compenso simbolico pari a 160 copie vendute, perché l’importante per me era poter vantare una vera edizione. Ma anche l’essere riuscito a trovare un editore con cui autopubblicare gratuitamente è stata una soddisfazione, dopo aver sprecato qualche anno e molta energia a cercare e contattare editori forse improbabili o comunque incantatisi su soldi, soldi, soldi,… e che non offrivano alcuna garanzia. Mi avrebbero stampato un tot numero di copie, che avrei dovuto pagare, e poi… chi si è visto si è visto. Forte di due esperienze negative avute quando computer e internet non esistevano o non avevano ancora invaso il mondo, li ho scartati tutti. Non mi fido neppure degli editori che chiedono di inviare una sinossi. Il vero editore, serio e onesto, legge o fa leggere il manoscritto dalla prima all’ultima parola.

Inizialmente con la casa editrice ex Boopen volevo pubblicare un poema, poi ho cambiato idea, anche perché avevo difficoltà a caricare l’opera. Ovvero, sebbene avessi trovato l’editore giusto, non era ancora arrivato il momento. Così ho lasciato perdere. Poi l’ispirazione casuale: nel vocabolario (lo Zingarelli), sfogliandolo alla ricerca di una parola — come detto nella terza risposta —, ho trovato la definizione astronomica dell’Ariete che mi ha… imposto di scrivere il saggio. Una volta terminato, ho incontrato per le affollate vie di Facebook uno scrittore della famiglia ex Boopen, Francesco Urciuolo, e gli ho chiesto se poteva aiutarmi. Gentilissimo, ha accettato. Si è dichiarato perfino disposto a caricare personalmente il lavoro. Ma, seguendo le sue istruzioni, vi sono riuscito. E per questo lo ringrazio nuovamente. Poi, per un problema di impaginazione — ce ne siamo accorti a pubblicazione avvenuta —, il libro è stato rimosso dalla vetrina. Nel frattempo ho perso il documento in word e non vi è stato verso di convertire il pdf. Ho chiesto aiuto a alcuni amici utenti di Facebook, tra cui ancora Francesco Urciuolo, ai quali mi piace rinnovare da qui il mio «Grazie!». Ma nemmeno loro hanno saputo come convertire in file word il pdf. Ciò vuol dire che ho dovuto rifare tutto daccapo, dal testo ai disegni. Visto il risultato — direi buono — di tale mio secondo faticoso impegno, vado pensando che non sia stata casuale neppure questa disavventura che mi ha permesso di apportare all’opera qualche aggiunta, una molto importante. Mentre trascrivevo/riscrivevo il lavoro mi sono reso conto che le stagioni erano otto: quattro cardinali e quattro nomadi, dato che equinozi e solstizi si anticipavano di un mese a ogni cambio di èra astronomica, quando invece le festività natalizie dedicate al dio Sole, divinità sostituita poi con Gesù, iniziavano sempre il 25 dicembre.

Ciò che trovo lodevole della mia casa editrice è che, quando si tratta di autoedizioni, non lo riporta nel libro. In questo modo accresce il valore dell’opera, acquistato quando, dopo 80 giorni dall’invio del testo, arriva all’autore l’esito positivo della valutazione. Chi desidera dare un’occhiata al mio saggio, prima di comprarlo, può cliccare su http://www.wennew.ch/libri-cartacei/ancora-paura-della-fine-del-mondo-2/, dove troverà un’ampia anteprima. E un’altra bella soddisfazione è l’aver ricevuto la richiesta di una copia del saggio dalla BN, Biblioteca nazionale svizzera.

Qualche sassolino nella scarpa?

Mi sembra di avermelo tolto nelle risposte precedenti.

Sogni nel cassetto?

Poter continuare con le mie autopubblicazioni, finché non vi si imbatta qualche editore coraggioso, che potrebbe essere Photocity.it, dal momento che in realtà è una vera casa editrice…

Credi nell’editoria italiana?

L’editoria non esiste più, sia italiana o straniera, nel senso che la professione di editore è ormai in via d’estinzione. Forse la soppianterà la stamperia, ma soltanto per poco. Se i tempi correranno come stanno correndo, lo scrittore farà tutto da sé. Gli basterà investire un po’ di denaro in computer, programmi,… e addio case editrici, stamperie, librerie,… ma, forse, addio anche scrittori perché, dovendo occuparsi anche d’altro, finiranno per trascurare la scrittura. Non sono né profeta né pessimista: intendo far prendere coscienza che, già da tempo, la tecnologia sta annientando ogni tipo di professione. «Meditate, gente, meditate!», diceva Enzo Arbore. Si deve stare attenti a non lasciarsi prendere la mano dal dilagante individualismo. La tecnologia deve servire l’uomo, non viceversa.

Progetti futuri?

Pubblicare un racconto scritto anni fa, che da poco ho finito di rivedere e ampliare. Si tratta delle avventure di una goccia di pioggia che si muterà in un essere umano concepito da una pianta per opera dello scemo del villaggio, nel 1600, e messo al mondo qualche secolo dopo… Attualmente lo sta leggendo la giornalista Fabia Tona che redigerà l’introduzione.

Un’altra bella e stavolta anche grande soddisfazione è che l’editore acconsente di pubblicare il testo scritto secondo la mia riforma ortografica, conosciuta ormai mondialmente tramite internet, perché egli ha capito che costituisce la mia firma, mediante la quale guiderei a superare la diversità delle cose e delle persone e a non perdere il contenuto, la sostanza. Chi non conosce ancora il motivo per il quale scrivo in maniera differente la lingua di Dante, può consultare la seguente sezione del mio terzo sito.

Ora sto rivedendo un’altra opera. Si tratta di un testo catartico, in quanto l’ho scritto quasi subito dopo aver perso il lavoro, per cui me la sono presa un po’ con tutto e tutti. Così mi sono depresso… No! Non ho sbagliato verbo. Deprimere è il contrario di primere (premere), ossia vuol dire togliere la pressione. Quella che si denomina comunemente e, secondo me, in modo erroneo depressione è in realtà pressione, oppressione, peso che si sente addosso e dentro. Depressa è la persona che è riuscita, da sola o con l’aiuto di terzi, a liberarsi della pressione, dell’oppressione, del peso che la estraniava dalla realtà. Forse se si prestasse più attenzione alle parole, o comunque a alcune di esse, se ne comprenderebbe meglio il significato che potrebbe risultare terapeutico… Un altro progetto è riuscire a ultimare di rivedere «Ecco il mio Gesù!», che considero il mio capolavoro, almeno in quanto testo voluminoso (circa 600 pagine).

Descrivici in maniera più ampia possibile il tuo canale di promozione web personale (sito, blog o fan page).

Ho tre siti e, in Facebook, un gruppo, una fan page e due eventi permanenti. Si può accedere sia ai primi due siti, sia al gruppo, alla fan page, agli eventi,… anche dal terzo sito (http://www.wennew.ch/contatto/) creato di recente e che preferisco. Tutti e tre i siti hanno ricevuto da poco l’attestato di qualità da Net-parede.it e i primi due sono in classifica. Anche questa è una bella soddisfazione. La mia preferenza va al terzo sito perché dedicato esclusivamente alle mie opere. Non ritengo necessario descriverli in modo ampio: basta che si clicchi sul link appena citato per scoprirli.

Cosa per te è Arte?

Arte è probabilmente una delle tante divinità… Io immagino che faccia parte delle cose definite astratte o soggettive, per cui le si può attribuire qualunque significato, senza mai afferrarla veramente. Per me è una bella bestia che occorre domare per non finire tra le sue fauci. Ovvero ritengo debba essere non arte a fare l’artista, ma questi a fare arte e a servirsene soprattutto allo scopo d’intuire, prima per sé e poi per gli altri, cose che si vorrebbe non venissero comprese e si fa anche l’impossibile perché non lo siano. Che cosa ho afferrato io per mezzo dell’arte? Scopritelo leggendomi…

 

A CURA DI ALESSIA MARANI E GIOIA LOMASTI

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